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Langhe scommessa vinta o esperimento fallito?

Nati per stupire il mondo. Nati per dimostrare che il Piemonte poteva battersi sul palcoscenico del Mondo enologico ad armi pari. Si aprirono le porte così a vitigni come il cabernet e il merlot. A distanza di una ventina di anni dalle prime uscite si possono fare i primi bilanci. Voi che ne pensate?

 


 

Nati per stupire il mondo. Nati per dimostrare che il Piemonte poteva battersi sul palcoscenico del Mondo enologico ad armi pari. Si aprirono le porte così a vitigni come il cabernet e il merlot. A distanza di una ventina di anni dalle prime uscite si possono fare i primi bilanci. Voi che ne pensate?

 

Ragionare insieme sul fenomeno (ormai pluridecennale) dei primi vini di Langa e Monferrato ottenuti da vitigni internazionali o da assemblaggi di uve differenti. Questo l’obiettivo di I GRANDI ROSSI DELLE DOC LANGHE E MONFERRATO, organizzato dalla Banca del Vino di Pollenzo.

 

La degustazione, realizzata grazie alla partecipazione di sei firme del vino piemontese, ha avuto l’intento di capire quale fosse l’evoluzione - non solo sensoriale, ma anche culturale e identitaria - di alcune di queste grandi etichette entrate a far parte della storia enologica di questa regione.

 

I primi Langhe e Monferrato Rosso, realizzati per lo più negli anni Ottanta, rappresentarono una sorta di “sfida enologica”: la creatività e la voglia di sperimentare nuovi assemblaggi erano, in quegl’anni, ambizioni quasi “pionieristiche”. Oggi invece, anche grazie all’ottenimento nel 1994 della Doc, questi prodotti si sono largamente affermati tra le etichette classiche del territorio e sono capillarmente presenti in enoteche e ristoranti.

 

Occorre altresì sottolineare che, nonostante la diffusione di questa tipologia di vino, solo alcuni hanno effettivamente trovato posto nel cuore di eno-appassionati e delle guide di settore. I cambiamenti sempre più repentini della moda e le nuove tendenze enologiche hanno spostato l’attenzione del consumatore verso vini ottenuti per lo più da monovitigni, in cui la “mano” e la tecnica del produttore è sempre meno invasiva. Gli assemblaggi quindi finiscono sovente sotto la mira della critica che, talvolta frettolosamente, li ha definiti troppo legnosi, troppo internazionali o troppo moderni.

 

Probabilmente, alcune difficoltà subite dai Langhe e Monferrato sono dovute alla confusione dei consumatori di fronte al fatto che non esiste una “ricetta predefinita” e che le etichette non sono sempre esaustive sulla tipologia e la provenienza dei vitigni utilizzati o sullo stile di produzione.

Il taglio spesso parte da una base di uve nebbiolo e/o barbera, con aggiunta in parti variabili di vitigni internazionali, affinati poi in barrique; il taglio, secondo Vittorio Manganelli, è in grado di garantire un equilibrio sensoriale: l’eleganza e la durezza del nebbiolo si integra sia con la freschezza e l’acidità della barbera sia con la struttura e la speziatura del cabernet e, se presente, con un po’ di morbidezza del merlot.

 

Luca Racca, enologo di Domenico Clerico, ha spiegato: “L’Arte è nato trenta anni fa, era uno dei primi vini dell’azienda e serviva per poter offrire al consumatore un grande vino ma più pronto. Col passare degli anni e il cambio di tendenze si è adattata anche la ricetta dell’“Arte” spostandosi sempre più verso la valorizzazione dei vitigni autoctoni: oggi è infatti composto da nebbiolo con un 10 % di barbera”.

 

Claudio Conterno dell’azienda Conterno e Fantino ha preso le difese dei Langhe Rossi: “Quindici ettari di cabernet non cambiano l’identità di Langa. Allora come oggi noi produttori siamo sempre stati coscienti del fatto di aver nel nebbiolo un grandissimo vitigno…. I rossi di Langa sono nati perché c’era un’esigenza del mercato”, spiega, “e sono serviti anche come ‘officina’ dove sperimentare importanti innovazioni prima di applicarle ai grandi vini classici (Barolo).”

 

Bello ed interessante anche il caso dell’Insieme, nato per motivi di solidarietà e collaborazione per scopi benefici. Fondato nel 1997, il progetto L’Insieme raggruppa 8 famosi produttori di Langa. I sei soci fondatori sono: Elio Altare, i fratelli Corino, Federico Grasso, i fratelli Revello e Mauro Veglio dal paese di La Morra; da Monforte d’Alba arriva Gianfranco Alessandria a cui in seguito si sono uniti Giuseppe Caviola di Dogliani e La Morandina di Castiglione Tinella. Dalla miscela di piccole quantità dei migliori vini in azienda, tradizionali (nebbiolo da Barolo, barbera, a volte dolcetto) e meno tradizionali (cabernet, merlot, pinot nero), ognuno produce un taglio diverso e personalizzato; dal ricavo della vendita di ogni singola bottiglia si destinano 5 euro a progetti di beneficenza nel mondo. Non si supera mai la produzione di 5000 bottiglie all’anno.

 

Il Sonvico, della Cascina La Barbatella, unico rappresentante del Monferrato in degustazione, è nato nel 1984 con l’idea di differenziare la propria produzione in quella che si può considerare un’ “infinità” di vini ottenuti in questa zona dal vitigno barbera. Gli artefici sono Angelo Sonvico, proprietario dell’azienda e Giuliano Noè, indiscusso padre della Barbera di qualità.

 

Quasi tutti i produttori hanno poi confermato di aver ridotto negli anni le quantità di vitigni internazionali, prediligendo anche un uso più moderato del legno. Siano nati per un’esigenza di mercato, per caso (a volte per sbaglio), oppure per il desiderio di creare un grande vino secondo il modello d’oltralpe, alla fine, sono i vini a parlare. Ecco a voi le nostre degustazioni:

 

 

Gianfranco Alessandria – L’Insieme 2006 (nebbiolo, barbera, cabernet)

Un vino ancora molto giovanile che gioca le sue carte sul frutto: il naso, inizialmente molto marcato dal legno, rivela un frutto vivace sottolineato da accenni dolci di vaniglia. L’attacco in bocca è dolce e fruttato con una discreta acidità e tannini sottili che nel complessivo ne danno una bella freschezza.

 

Podere Rocche dei Manzoni – Bricco Manzoni 2001 (nebbiolo, barbera)

Complesso e deciso al naso, dal frutto maturo con leggeri accenni terrosi e tostati. Dopo un momento nel bicchiere escono note fruttate più fresche, sempre con qualche nota speziata in sottofondo. Potente ma elegante in bocca, di ottimo slancio, buona concentrazione, fresco e teso in chiusura.

 

Conterno Fantino – Mon Prà 2001 (barbera, nebbiolo, cabernet)

Raffinato e ricco di sfumature con note che vanno dal tostato-dolce, cacao alla frutta matura, con qualche accenno sapido. Elegante, fresco e succoso in bocca, di struttura media ma dal gusto pieno, con un tannino ancora molto giovanile.

 

Cascina La Barbatella – Sonvico 2001 (barbera, cabernet)

Un vino inizialmente un po’ chiuso, esprime poi note intriganti di cuoio ed il classico carattere pepato del cabernet. Molto denso e succoso in bocca, di ottima struttura e dal carattere scuro-fruttato, con la freschezza tipica della barbera che prende sopravento in chiusura.

 

Domenico Clerico – Arte 2000 (nebbiolo, barbera, cabernet)

Profondo ed elegante al naso con intriganti note speziate. In bocca è snello ma robusto, rivela un frutto maturo e dolci note tostate, ben retti da una bella spina acida e un solido tannino.

 

Gaja – Darmagi 1998 (Cabernet)

Naso intrigante e complesso, molto classico di un grande cabernet invecchiato bene: cupo e avvolgente, con note speziate, vegetali, accenni di sottobosco e un tocco di legno nobile. Ricco e denso al palato con un frutto dolce e maturo, sapido e speziato, tannini morbidi e una chiusura lunghissima.

 



Paolo Camozzi

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2 interventi su Langhe scommessa vinta o esperimento fallito?

1. Intervento di Roberto Burdese del 19/05/2010 20:30
A marzo per festeggiare il mio compleanno, sono sceso in cantina e ho guardato tra le bottiglie vecchie. Ho trovato un Arte '90 che non ricordavo più...(leggi tutto)

A marzo per festeggiare il mio compleanno, sono sceso in cantina e ho guardato tra le bottiglie vecchie. Ho trovato un Arte '90 che non ricordavo più di avere. Beh...veramente notevole. Sono passato a Vinitaly a fare i complimenti ai coniugi Clerico. Dopodiché non ordino al ristorante un Langhe da almeno 15 anni, non mi incuriosiscono più. Complimenti a Fabio x la citazione dei Gogol Bordello!

2. Intervento di Fabio Pracchia del 19/05/2010 11:41
Degustazione molto interessante. La voglia di sperimentazione e il desiderio di successo commerciale sono legittimi e sacrosanti. Quindi l'esigenza...(leggi tutto)

Degustazione molto interessante. La voglia di sperimentazione e il desiderio di successo commerciale sono legittimi e sacrosanti. Quindi l'esigenza di piantare certi vitigni può essere almeno compresa. Ma sinceramente la mia idea di vino non è scindibile dalla tradizione e dal territorio. Le miriadi di sfumature che il nebbiolo riesce a dare in questo fazzoletto di terra sono uniche e irripetibili, perchè cercare altro? come se non bastasse accanto alla ricchezza del nebbiolo, abbiamo il carattere del dolcetto della barbera del grignolino del ruchè ecc ecc, una biodiversità impressionante che solo in Piemonte regala emozione e cultura. Ricordo qualche anno fa la manifestazione NebbioloGrapes ad Alba. Ci si chiedeva come estrarre più colore dal Nebbiolo... ha senso una domanda così oggi? Credo proprio di no, perchè finalmente dobbiamo essere orgogliosi delle nostre peculiarità e storia. Per dirla con Eugene Hutz cantante dei Gogol Bordello, Think Local Fuck Global





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